Prometheus
Jacopo Ferrazza, «Prometheus», Teal Dreamers Factory 2025, 1 CD.
È la figura di Prometeo – personaggio del mito che ha donato il fuoco all’uomo e per questo inviso a Zeus che lo incatenò condannandolo a farsi divorare perpetuamente il fegato da un’aquila – a ispirare il contrabbassista e compositore Jacopo Ferrazza per questo suo quinto album da titolare, uscito a fine gennaio a tre anni da “Fantàsia”.
Come nel precedente progetto discografico, anche in questa occasione l’artista romano intesse i propri dialoghi strumentali con compagni di viaggio quali il pianoforte e i sintetizzatori di Enrico Zanisi, il violoncello di Livia De Romanis, la batteria di Valerio Vantaggio e la voce di Alessandra Diodati.
Le otto composizioni che tracciano il percorso di ascolto offerto da questo disco sono tutte firmate dallo stesso Ferrazza e ci conducono in un mondo sonoro teso, giocato su continui scambi in un’alternanza tra tratteggi armonico-melodici astrattamente evocativi e scarti ritmico-timbrici più densi e affilati. Un susseguirsi di atmosfere differenti ma legate da una tensione espressiva segnata da una riflessività profonda e decantata.
Lo stesso Ferrazza evidenzia come, nella sua visione, Prometeo rappresenti «l’uomo contemporaneo oppresso da paure, conformismo e dubbi. Il fuoco, simbolo di vitalità, intuizione e creatività, diventa una metafora per il potenziale umano che, resistendo alle pressioni esterne, evolve e ritrova la propria essenza autentica».
Una prospettiva che dall’iniziale “Prologue”, che ci introduce fin da subito nelle atmosfere strumentali indagate da questo ensemble, passa a “The Cave”, dove gli accordi di pianoforte si miscelano alle linee tese e distese di basso e violoncello, completate dalla variegata batteria e dall’intervento vocale che propone il primo dei testi musicati in questo lavoro, ch’essi scritti dallo stesso Ferrazza.
Ed è proprio la voce nitida di Diodati che caratterizza in buona parte l’atmosfera di questo album, contrassegnato anche da contrasti timbrico-ritmici ora più contrapposti – come quelli che segnano “The Rediscovery of Fire” – ora animati da una tensione più incalzante e distorta come in “Titan Rises”.
Un sentiero sonoro eclettico, che miscela un jazz dal gusto free ad andamenti che richiamano certo rock progressivo e sperimentale, offrendo un ventaglio stilistico ben riassunto da “I Am Everywhere”, ultimo brano dell’album. (© Gazzetta di Parma)