L’industria degli influencer

Emily Hund, «L’industria degli influencer», Einaudi 2024.

Protagonisti di notizie quotidiane – pensiamo alla questione ormai datata dei “pandori per la beneficenza”, oppure al più recente assedio di overtourism a Roccaraso – gli “influencer” rappresentano oggi una figura ormai ineluttabile, la cui presenza consolidata ci accompagna, direttamente o indirettamente, nel corso della nostra normale frequentazione del web (e non solo).

Ma a differenza dei “testimonial” – personaggi più o meno famosi ingaggiati dalle aziende per promuovere i loro prodotti in un sistema di marketing ormai datato – il carattere di fondo che dovrebbe connotare la figura dell’influencer è quell’aura di autenticità che ci fa percepire questa figura come spontanea, genuina, familiare e, soprattutto, sincera.

A mettere nella giusta prospettiva questa percezione – naturalmente fallace – ci viene in aiuto questo bel testo di Emily Hund, ricercatrice del Center on Digital Culture and Society presso la Annenberg School for Communication dell’Università della Pennsylvania e consulente di gruppi industriali e governativi.

L’autrice ci illustra i chiaroscuri di un mondo su cui spesso si fa della facile ironia ma che invece andrebbe preso molto sul serio. Quella degli influencer, infatti, è una vera e propria industria che muove miliardi di dollari, attorno alla quale ruotano centinaia di migliaia di persone in grado di plasmare il nostro immaginario o persino di cercare di influenzare il risultato di elezioni politiche.

Un sistema fondato sul bisogno di un’autenticità che in realtà rappresenta una percezione attentamente costruita da professionisti che vendono ai follower – insieme ai prodotti – l’illusione che la tecnologia sia democratica e che un giorno saranno loro a essere protagonisti. Un’illusione che rischia di trasformare ogni vita in una merce. (© Gazzetta di Parma)